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La caduta
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CAMUS, Albert

La caduta

MILANO : BOMPIANI, 1985

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Jean-Baptiste Clamence (pseudonimo), avvocato parigino in esilio ad Amsterdam, confida a un interlocutore (le cui battute non vengono riportate) la propria caduta. Clarence confessa di aver celato un narcisismo ipocrita dietro una maschera di disinteresse e generosità; una sera, però, egli ha assistito al suicidio di una donna, e il suo falso altruismo si è infranto contro il senso di colpa per non essere intervenuto ("troppo tardi, troppo lontano"; una scusante che Camus collega direttamente alla tragedia dei campi di sterminio, attraverso la scelta di collocare la casa di Clamence nell'ex-ghetto di Amsterdam). Il narratore è quindi costretto a confrontarsi con l'Assurdo, il che mette radicalmente in discussione il suo sistema di valori, e in ultima analisi il suo rapporto con la società. In assenza di una verità oggettiva (Clamence rifiuta esplicitamente la verità rivelata del Cristianesimo), l'unico atteggiamento sensato, conclude Clamence, è quello del giudice-penitente, che giudica, confessa e condanna se stesso e il suo prossimo; e "quando saremo tutti colpevoli, ci sarà la democrazia" (p. 84). Qualcuno ha suggerito che Clamence possa essere un'auto-parodia di Camus, come poteva apparire ai suoi contemporanei; uno "straniero" la cui unica soddisfazione è la critica distruttiva della coscienza contemporanea. Personalmente preferisco l'interpretazione di Clamence come un avvertimento: affrontare e comprendere l'Assurdo nuoce gravemente all'ipocrisia. Una lettura breve (una novantina di pagine effettive) ma molto densa. 4,5/5

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