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Cime tempestose
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BRONTE, Emily

Cime tempestose

Torino : Einaudi, 2019

Abstract: È un paradosso biografico fin troppo noto che il più grande romanzo passionale dell'Ottocento europeo, quello che con più pervicacia esplora «gli abissi del Male» - secondo la definizione che ne diede un ammirato Bataille - e che crea il personaggio sadiano forse più potente della letteratura di ogni tempo, sia opera della figlia virtuosa di un pastore protestante di origine irlandese, cresciuta e morta prematuramente in una canonica dello Yorkshire, da cui si allontanò solo sporadicamente per frequentare un austero collegio per figlie di ecclesiastici e in seguito per lavorare come istitutrice. Romanzo unico per intensità visionaria e originalità narrativa, e unico romanzo di Emily Brontë, fu pubblicato per la prima volta nel 1847 con lo pseudonimo di Ellis Bell, e dopo la morte dell'autrice vide una seconda edizione nel 1850, a cura della sorella Charlotte, fortunata autrice di "Jane Eyre". In entrambi i casi non incontrò i favori della critica: i contenuti troppo forti, la violenza psicologica e materiale che pervade tutto il libro, il carattere mistico e insieme distruttivo dell'amore tra i due protagonisti, la malvagità irredenta di Heathcliff, gli elementi gotici che fanno continuamente incursione in un romanzo di impianto realista, uniti a una struttura non lineare che sfida le convenzioni del romanzo coevo, il punto di vista multiplo della narrazione, la mancanza di progressione in una vicenda che si consuma in un andirivieni ineluttabile tra le due dimore opposte e speculari di Wuthering Heights e Thrushcross Grange, spiazzarono da principio i critici. Ci vollero anni perché il romanzo suscitasse l'entusiasmo di lettori come Dante Gabriel Rossetti, Matthew Arnold e, prevedibilmente, Swinburne. Fu solo a partire dal Novecento, tuttavia, che a "Cime tempestose" venne accordato lo statuto di capolavoro della letteratura di tutti i tempi. In una società letteraria percorsa dai fermenti delle nuove avanguardie e dalle prospettive aperte dalla psicoanalisi, quelle che i primi lettori avevano giudicato trasgressioni eccessive e incoerenze narrative dovettero al contrario apparire una sorta di sperimentalismo in nuce, quasi un presagio delle novità formali che già avevano cominciato a scardinare l'impianto strutturale del romanzo realista ottocentesco. A testimoniare la grande vitalità del libro si aggiungono via via i tanti adattamenti cinematografici, teatrali, musicali e letterari, colti e popolari, che amplificano la sua portata e risonanza ben oltre i confini narrativi. A noi lettori di oggi, smaliziati e consapevoli, non resta che continuare a godere di tutto il fascino ambiguo di quest'opera spregiudicata e poetica, mistica e malvagia, trasgressiva e asessuata, visionaria e grottesca, barbara e innovativa: così isolata dalla società ed estranea alle convenzioni del suo tempo da risultare, miracolosamente, eterna.

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Utente 2008
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TEMPO RUBATO: FOOD FOR THOUGHT

1. Tempo rubato inteso come un campo di battaglia, sottrazione di tempo da parte di pochi, di un piccolo gruppo che restringe gli spazi di emancipazione collettiva; un terreno conflittuale dove si scontrano desideri di autonomia personale ed imperativi di comando. Un furto legalizzato che espropria i venditori della forza lavoro, precari e sottopagati, ladri di tempo che rubano sogni, che rullano gli affetti, che impediscono l’auto-realizzazione dei “dipendenti”, il che presuppone la variabile “indipendente” e che quindi i primi agiscano in funzione dei secondi, che i primi siano funzionali ai secondi o meglio, per essere più espliciti, esiste una relazione tra coloro che comprano il lavoro e coloro che lo vendono. Una relazione che ha di nuovo preso il sopravvento, che è diventata dominante e imprescindibile. E lo Stato cosa fa? Rimane a guardare, incarna il fuori gioco della politica, manifesta la sua impotenza.
Sembra che la politica abbia perso il suo tempo o che porti in giro i suoi perditempo, che non sia in grado di incidere sugli aspetti essenziali di quella relazione di tempo, da cui parte il lavoro di S. Fana e che trova un’espressione sintetica nel titolo del suo libro.
La sua analisi fa riferimento alla teoria del valore-lavoro di Marx, una teoria che è stata oggetto di una miriade di interpretazioni, ma l’autore non entra nei dettagli polemici e sulla fondatezza o validità della teoria. Egli evidenzia con molta chiarezza un aspetto della teoria di Marx che è caduto nel dimenticatoio e che troppo spesso non viene preso in considerazione, se non in via accessoria, vale a dire il perseguimento del plus-valore-plus-lavoro e che si condensa e trova attuazione nella pratica sociale dello sfruttamento. Nel richiamare l’attenzione alla situazione attuale, l’autore evidenzia come il ricorso diffuso, anche nei paesi occidentali, di molte istituzioni imprenditoriali e pseudo-imprenditoriali all’allungamento della giornata lavorativa, per rimanere competitivi nel mercato, sia ridiventata una strada molto battuta, accanto alle isole sparse di nuove realtà produttive ad alto valore aggiunto. Nel processo di valorizzazione del capitale, cioè il passaggio mediante il quale il denaro inizialmente investito cresce nell’ordine M-D-M’, il capitalista cerca in tutti i modi di estendere la giornata lavorativa, di aumentare il tempo di cui possa disporre della forza lavoro che compra e sulla quale esercita il comando.

La variabile tempo, fa notare Fana, è associata direttamente al valore generato e redistribuito tra il capitalista e il lavoratore, infatti una parte del prodotto che si ottiene dal processo produttivo serve a riprodurre la forza lavoro che è stata impiegata, mentre un’altra parte costituirà il sovrappiù di colui che coordina il processo di valorizzazione, di colui che si appropria del prodotto e lo scambia sul mercato. Il prodotto diventa merce solo se trova un acquirente, altrimenti rappresenterà un prodotto potenziale, il quale, se non è deperibile e non contestuale, allora può essere immagazzinato, diventa scorta, eccedenza, accumulo, giacenza e il ciclo produzione-consumo non si chiude, ossia gli opposti non s’incontrano e quindi si verifica un blocco, una stasi, un vicolo cieco.
Fana riprende il concetto di plusvalore assoluto e quello relativo. Il capitalista nel tentativo di estendere la giornata lavorativa incontra un limite naturale, oltre il quale si crepa. E i primi a perire sono i soggetti deboli come le donne e i bambini, ma anche gli adulti sani e forti non reggono i nuovi ritmi, l’intensità degli opifici, allora inizia una lotta per conquistare il tempo di riposo, di diminuire il numero delle ore a disposizione della fabbrica. Siamo nel pieno della prima rivoluzione industriale, in Inghilterra, e la reazione padronale non si fa attendere: vengono introdotte nuove macchine, per risparmiare forza lavoro, per aumentare la produttività, si fa ricorso alle nuove applicazioni tecniche, alle nuove scoperte scientifiche. La scienza, come ci ricorda Fana, non è neutrale, essa è al servizio di coloro che tengono le redini della nuova società civile che si va delineando.
2. L’introduzione del telaio meccanico mandò i frantumi migliaia di posti di lavoro, poiché si ridusse il tempo necessario per produrre i tessuti e di conseguenza tanti operai videro come una minaccia l’utilizzo delle macchine, quindi scoppiarono le prime rivolte che vanno sotto il nome di Luddismo. Con l’affermarsi della grande industria, vennero spazzati via i limiti di giorno e di notte, di sesso e di età, infatti l’illuminazione artificiale degli opifici consentì di introdurre il lavoro notturno e di estenderlo anche alle donne. Dal Factory act del 1833 si evince che la durata della giornata lavorativa di un operaio/a del settore tessile è di 15 ore, per gli adolescenti di 12 ore, per i fanciulli da 9 a 13 anni è di 8 ore, mentre la pausa per i pasti è di 1,5 ore. Con una legge del 1844 venne proibito il lavoro notturno per le donne, ma a dire il vero - come ci ricorda Marx - i pacchetti legislativi non divennero esecutivi, anche per via del basso potere contrattuale ed organizzativo della classe operaia, pertanto, nella maggior parte dei casi, rimasero “lettera morta”.
Quindi, non solo estensione della giornata lavorativa, ma anche intensificazione dei suoi ritmi, il controllo sul tempo assunse una nuova configurazione: il lavoro iniziò a diventare appendice delle macchine, una parte del sapere artigianale fu incorporato nel telaio a vapore che spinse la produzione in alto e nel contempo costrinse tanti operai a cercare un’altra occupazione. Il capitale iniziò il suo movimento a spirare, coloro che perdevano il lavoro venivano impiegati nei nuovi investimenti realizzati dai capitalisti, i quali, al contrario degli aristocratici che vivevano di rendita fondiaria, erano molto dinamici e contribuirono alla trasformazione del sistema di produzione. Ma anche gli effetti espansivi incontrarono un limite, allorquando a metà degli anni 40 del XIX secolo, in Europa, fece irruzione una crisi di sovrapproduzione dei prodotti industriali, dato che i salari degli operi agricoli e delle industrie erano al limite della sopravvivenza, quindi gli industriali non riuscivano a trovare uno sbocco alle loro merci.
In agricoltura, a differenza dell’industria, le tecniche erano rimaste più arretrate e di conseguenza la capacità produttiva era più bassa. Furono sufficienti due anni di cattivi raccolti e una malattia che colpì la coltivazione delle patate, per il verificarsi di una grave carestia alimentare che fece lievitare i prezzi dei prodotti agricoli. Da lì a poco, cioè nel 1848, l’insieme di questi fattori fece precipitare la situazione economica, esplose la questione sociale. L’aumento più che proporzionale del capitale costante rispetto al capitale variabile, non fece sì che il processo di accumulazione fosse indolore per la stessa classe dei capitalisti, i quali, sebbene continuassero ad estrarre “lavoro vivo ed incorporarlo nei mezzi di produzione” (1) – come fa notare Fana - dovettero fare i conti con la sovrapproduzione e quindi con i salari da fame che erogavano ai propri dipendenti. Intanto, nel febbraio del 1848 a Parigi, dopo soli tre giorni di rivolte, venne proclamata la seconda Repubblica e nel nascente Governo provvisorio presero parte attiva i socialisti che imposero la riduzione della giornata lavorativa a 10 ore e l’affermazione del principio del diritto al lavoro, nonché la creazione degli opifici nazionali (ateliers nationaux) per dare lavoro ai disoccupati. Nelle elezioni di fine aprile dello steso anno trionfarono i Repubblicani moderati, per cui Il nuovo Governo, senza i socialisti, fece marcia indietro, infatti riportò la giornata lavorativa a 12 ore e fece chiudere gli opifici nazionali, i quali erano considerati dai borghesi come un pericolo di affermazione delle idee socialiste e spreco di denaro pubblico. Nel giugno del 1848 gli operai e i disoccupati insorsero, lo scontro tra borghesia e proletariato divenne aperto e violento. La repressione fu dura: 3.000 dimostranti furono fucilati, 15.000 arrestati e 4.000 deportati.
3. Il processo di fissazione della giornata lavorativa non è armonico, è il risultato, dunque, di un lungo conflitto tra forze antagoniste che si battono per affermare interessi contrapposti; l’acuirsi dello scontro fa scrivere a Marx che un tale processo storico è il prodotto di una guerra civile, lenta e più o meno velata, fra la classe dei capitalisti e la classe degli operai. La rivendicazione della riduzione dell’orario della giornata lavorativa continuò ad alimentare il conflitto in svariate forme simmetriche nei paesi dove s’impose il modo di produzione capitalistico; non appena le condizioni economiche peggioravano, con le varie crisi congiunturali, la classe che coordinava le forze produttive ne approfittava per eliminare gli spazi di libertà che avevano conquistato i lavoratori dipendenti. In generale, i primi cercavano di estendere la giornata lavorativa, di spremere ogni goccia di sangue al fine dell’accumulazione, mentre i secondi lottavano per liberarsi dalle catene oppressive del lavoro salariato, chiedendo a gran voce di usufruire del tempo per il riposo e la socializzazione fuori dal contesto lavorativo.
E su queste basi che si fonda la dichiarazione elaborata dal Congresso generale degli operai di Baltimora (16 agosto 1866): «La prima e grande necessità del presente, per liberare il lavoro di questo paese dalla schiavitù capitalista, è la promulgazione di una legge per la quale otto ore devono costituire la giornata lavorativa normale in tutti gli Stati dell’Unione americana»
Ne passerà di acqua sotto i ponti prima che si affermi il principio di otto ore di lavoro, otto per il riposo e otto per la ricreazione; in Italia, per esempio, nei due decenni che precedono il 1900, nelle filande torinesi lei operaie lavorano in media 16 ore al giorno. Solo nel “1899 fu varata una legge che fissò il tetto della giornata lavorativa a 12 ore e l’interdizione del lavoro notturno per le donne e i ragazzi dai 13 ai 15 anni”. (2)
Fu la FIOM a siglare, nel 1919, “uno dei primi accordi sulle 8 ore con il Consorzio Fabbriche Automobili e prevedeva una settimana lavorativa di 48 ore e una settimana di ferie all’anno”. (3) Sulla scia del vento favorevole che soffiava durante il biennio rosso, Turati presentò una proposta di legge, che non ebbe successo, sulla riduzione della settimana lavorativa a 40 ore.
Le reazioni alle lotte del movimento operaio variarono da nazione a nazione, in Italia si formò il cosiddetto blocco storico fra gli industriali del Nord e i latifondisti del Sud, accordo che si cementificò attraverso il fascismo. Negli Stati Uniti, invece, che dopo la prima guerra mondiale erano diventati il centro dell’economia mondo – New York aveva rimpiazzato Londra – si affermò e si diffuse l’organizzazione tayloristica del lavoro, che migliorò l’efficienza e quindi la produttività. Nel contempo aumentarono gli investimenti e di conseguenza la produzione complessiva.
Nelle menti dei protagonisti delle lotte che rivendicavano l’accorciamento della giornata lavorativa, in questo determinato periodo storico, non era ancora chiaro il nesso fra la riduzione dell’orario di lavoro e gli aumenti di produttività, il vincolo che li univa al modo di produzione capitalistico era troppo forte per far trapelare l’inganno al quale erano soggetti. Il legame implicava il riconoscimento di un’entità superiore alla quale sacrificarsi per il bene della società. Il velo mistico che copriva le relazioni materiali era troppo spesso per fare una richiesta esplicita della ricchezza della quale venivano espropriati, ma che contribuivano a creare in misura prevalente.
Quindi, l’istanza delle otto ore, a mio modo di vedere, era collegata all’impossibilità di sopportare tempi di produzione di 12 ore al giorno e ritmi notevolmente intensificati rispetto a quelli agricoli. Gli operai non possedevano lo stesso grado di consapevolezza dei teorici dello sfruttamento capitalistico. Marx ed Engels avevano messo a nudo i vizi e le virtù del capitalismo. Soprattutto avevano demistificato i rapporti sociali di produzione, e visto il tempo libero come congeniale alla ripresa dalla dura fatica, come condizione necessaria per la stessa sopravvivenza delle persone che lavoravano nelle fabbriche.
4. Negli USA, per onestà della cronaca, negli anni venti i leader sindacali fecero propria l’idea di compensare i guadagni di produttività con la riduzione dell’orario di lavoro, nel senso che avevano intravisto la soluzione del problema, ma quella stessa idea era troppo blanda, essa non trovava riscontro nel senso comune dominante.
Nel 1929, per esempio, le argomentazioni dell’American Federation of Labour (AFL), sulla questione degli aumenti di produttività, non si riferivano ancora esplicitamente alla disoccupazione, esse si condensavano sui generici benefici che il tempo libero procurava ai lavoratori. Ma con il precipitare delle situazioni, allorquando la crisi incominciò a manifestarsi con tutta la sua asprezza, le stesse organizzazioni sindacali iniziarono a cambiare la prospettiva, esse “sostenevano che, se la nazione voleva evitare una disoccupazione diffusa e permanente, era necessario che la comunità degli affari condividesse con i lavoratori i benefici che discendevano dalla maggiore produttività”. (4)
Il movimento per la riduzione dell’orario di lavoro fece sentire la sua voce e nel 1932 il Senato degli Stati Uniti approvò la proposta del senatore dell’Alabama Hugo L. Black di rendere obbligatoria la settimana di trenta ore.

Il clima era diventato elettrico, si pensava che la proposta di legge sarebbe passata anche alla Camera, ma gli entusiasmi vennero smorzati dall’ascesa di Roosevelt, il quale preoccupato dalla portata rivoluzionaria che l’atto legislativo condensava si alleò con la maggior parte degli imprenditori, che non vedevano di buon occhio il provvedimento, e si mosse per annullarlo.
I sostenitori del progetto rivoluzionario si resero ben presto conto che alla sperimentazione della settimana lavorativa di trenta ore vi prese parte solo un minuscolo gruppo di managers illuminati, mentre attorno dilagava la povertà.
Il dogma ortodosso era troppo forte per essere scalfito dai sostenitori di quel progetto rivoluzionario, nel senso che il risparmio continuava ad essere il credo degli uomini d’affari che esercitavano un potere pratico sul resto della società; inoltre, in una situazione di povertà estrema nella quale versava la stragrande maggioranza della popolazione degli Stati Uniti, era difficile che queste idee innovative potessero attecchire. Ecco una semplice descrizione: nelle ricche case dei borghesi ci sono tutte le comodità, tra cui anche il frigorifero, ma il panorama è costellato da baracche, accampamenti putrescenti che ricordano i luoghi dove vivono i profughi di guerra attuali; gente che si sposta in continuazione per trovare un lavoro, ma nel nuovo posto si deve mettere in fila e aspettare la chiamata dei caporali; sindacati che cercano di persuadere i braccianti ad associarsi, ma subiscono le violenze dei padroni, ecc. In un simile contesto è davvero difficile pensare alla riduzione dell’orario di lavoro, ecco perché le idee di Roosevelt prendono piede più facilmente e riescono a smontare il progetto di legge di Black-Connery.
In definitiva, prevalse la convinzione che, anche per il peggioramento delle condizioni di vita a seguito della Grande Depressione e per tutti quei bisogni che rimanevano insoddisfatti, bisognava lavorare di più. Da qui si fa spazio e si concretizza la politica di Roosevelt, la quale trova un terreno favorevole per il fatto di sintetizzare le istanze degli imprenditori e quelle dei sindacati. Il risvolto psicologico più profondo di questa proposta può essere reso evidente da quello che J.M. Keynes scrive nello stesso periodo, nella sua Teoria generale dell’occupazione, e cioè: «Questa politica» - e si riferisce alla politica di redistribuzione dell’occupazione - «mi sembra prematura, ben più di quanto non lo sia un programma indirizzato ad accrescere il consumo [….] credo che oggi gran parte degli individui preferisca un maggior reddito a maggior tempo libero». (5)
Keynes dedicò gran parte del suo tempo a cercare di sbrogliare la matassa della Grande depressione, ma le sue esortazioni caddero nel vuoto per più di un decennio, il mondo accademico era troppo orgoglioso per riconoscere il fallimento del mercato, quello politico era troppo debole per prendere le decisioni opportune; può sembrare paradossale, ma la luce in fondo al tunnel si incominciò a vedere nel pieno dei combattimenti della seconda guerra mondiale. Beveridge, a tal proposito, sosteneva che la guerra non poteva essere solo considerata come la fine del progresso sociale, ma come il «momento opportuno per fare cambiamenti radicali invece di semplici rattoppi». (6)
Lo scopo del Piano era quello di uscire dall’immiserimento generale, affrontando i cosiddetti cinque giganti: la disoccupazione, l’ignoranza, la malattia, lo squallore e la disperazione. La formula innovativa consisteva nell’attribuire allo Stato il ruolo di imprenditore sociale capace di assicurare il benessere dei suoi cittadini, esso non sarebbe più rimasto a guardare impassibile il corso degli eventi, al contrario, si sarebbe attivato per rimuovere gli ostacoli che impedivano il miglioramento della qualità della vita. In seguito, In Italia, su queste basi vennero scritti alcuni dei principi fondamentali della nostra Costituzione che entrò in vigore nel 1948.
Il lavoro diviene, come dice Fana, «il vettore di accesso alla cittadinanza, terreno di conquista dei diritti sociali e di partecipazione alla vita politica». (7)

5. E nel ritornare all’autore di Tempo rubato risalta agli occhi che nella sua disamina ripercorre le lotte degli operai, in Italia, agli inizi degli anni 60 del secolo scorso, quando essi iniziano a mettere in discussione il lavoro a cottimo e in generale il «controllo pervasivo e autoritario dell’impresa sull’organizzazione del lavoro». (8)
Su questa traiettoria emergono le contraddizioni tra la crescita della produttività e la sua diseguale distribuzione tra le classi sociali, ma ancor di più si rafforza la consapevolezza di rivendicare un salario più elevato e nel contempo diminuire l’orario lavorativo. Infatti, sul finire degli anni 60 il movimento operaio recupera tempo, libera il tempo di chi sgobba e percepisce che può lavorare di meno, di chi non ha paura di perdere il lavoro perché sa che ne troverà subito un altro, di chi non ha paura di sabotare la produzione, poiché sa che è protetto dalla solidarietà delle organizzazioni operaie. Non ci sono solo eroi, ci sono anche i crumiri, le spie, i lacchè dei datori di lavoro, ma la bilancia pende dalla parte di coloro che non accettano gli ordini e le direttive padronali, mentre confidano nelle proprie capacità e forze e di conseguenza si vedono proiettati nella gestione delle relazioni produttive (I Consigli di Fabbrica) anche senza la mediazione dei sindacati, che rimangono però un punto di riferimento fondamentale per esercitare l’azione democratica.
In questo periodo, nella piccola penisola italica, trovano spazio gli accordi contrattuali per la settimana lavorativa di 40 ore e si assiste all’entrata in vigore di una delle più avanzate leggi in materia di lavoro: la legge 300 del 1970.
Tuttavia, è giusto osservare che le argomentazioni della ricerca di Fana mi hanno sollecitato a rivedere le riflessioni sulla questione della disoccupazione, ma anche a prendere atto, in qualche modo, che il succo del discorso di Tempo rubato, sebbene contribuisca in modo considerevole al dibattito sulla riduzione generalizzata dell’orario di lavoro a parità di salario, ruoti attorno agli avvenimenti e alle dinamiche conflittuali che caratterizzano il settore privato. Non ci sono riferimenti espliciti al ruolo attivo che ha svolto lo Stato nella soluzione del problema della disoccupazione, con la creazione di tutti quei posti di lavoro funzionali alla soddisfazione dei cosiddetti bisogni secondari.
Si continua a porre l’accento sulla funzione redistributiva dell’intervento pubblico nell’economia di mercato, tralasciando il suo aspetto produttivo e riproduttivo dell’organismo sociale nel suo complesso. Il cambio del paradigma organizzativo impostosi è stato necessario al superamento di quei principi che predicavano che le cose lasciate a se stesse si sarebbero messe a posto da sole (la mano invisibile del mercato). Le imprese private hanno riconosciuto di non essere in grado di uscire dal vicolo cieco, hanno accettato i loro limiti e hanno ceduto le prerogative e il potere esclusivo di cui hanno goduto per tanto tempo.
Dunque, lo Stato si è attivato come imprenditore sociale, spendendo quei soldi che le imprese private non potevano permettersi di spendere, poiché sottoposte al vincolo della riproduzione del denaro in misura maggiore di quello di partenza; ha assorbito la forza lavoro che veniva licenziata nel settore agricolo e in quello industriale per i relativi aumenti di produttività dovuti alle nuove applicazioni tecnologiche; ha stimolato il settore privato verso la sperimentazione di nuovi prodotti, grazie all’incremento della domanda aggregata.
Il circolo virtuoso si è interrotto allorquando la Pubblica Amministrazione non è stata più in grado di creare altri posti di lavoro aggiuntivi per assorbire coloro che venivano espulsi dal mercato del lavoro. Le politiche di deficit spending furono messe sotto accusa, mentre l’insieme dei traguardi raggiunti, che non ebbero precedenti nel corso della storia umana, tranne che per una minoranza elitaria, vennero di colpo misconosciuti.
Le avare formiche uscirono allo scoperto e misero sotto accusa il canto delle cicale, diffusero il credo che le classi popolari avevano osato vivere al di sopra delle possibilità offerte dalla società e siccome “non c’era trippa per gatti”, allora si doveva ritornare a fare i sacrifici. Ovviamente, la triviale sinfonia fu intonata dalla cerchia padronale e dai suoi accoliti, ma, a mio avviso, non va sottovaluta la debolezza intrinseca di coloro che si sono battuti per l’affermazione dei diritti sociali.
Certo, salta Bretton Woods, c’è la Commissione trilaterale del 1975, ma c’è anche la responsabilità dei sostenitori di quei cambiamenti che non hanno creduto nelle proprie capacità, che non hanno acquisito un certo grado di consapevolezza sui cambiamenti materiali intervenuti nel frattempo e che hanno continuato a pensare che non c’erano le condizioni per sostenere i diritti sociali che essi stessi rivendicavano. In definitiva, non si può dare la responsabilità del crollo dei propri valori di riferimento solamente agli avversari di classe.
La crisi dello Stato sociale ha posto in primo piano la debolezza strutturale delle forze che hanno contribuito a realizzarlo; il crepuscolo di questa forma di organizzazione della società è stato indagato, per lo più, unilateralmente, cioè si è privilegiato solo l’aspetto che riguardava quello che non si era più in grado di fare (la creazione di lavoro aggiuntivo), mentre veniva completamente trascurato il fatto che se non ci fosse stato l’intervento pubblico, non ci sarebbe stato un incremento del reddito e del tenore di vita della popolazione. I fautori dello Stato sociale si sono affrettati a liquidare i progressi raggiunti, giudicandoli privi di fondamenta e al di sopra delle nostre possibilità. La gran parte delle forze che hanno rivendicato il diritto ad un lavoro dignitoso, per esempio, non sono state capaci di elaborare che era stata creata la base materiale sulla quale si reggevano quelle richieste.
Quindi, l’intervento pubblico che, sotto la spinta delle forze antagoniste al capitale, creò le condizioni per ridimensionare il primato delle imprese private, entrò, a sua volta in crisi, per le difficoltà connesse, in primo luogo, al riemergere del problema della disoccupazione.
Il declino dello Stato sociale, che si è iniziato a delineare sul finire degli anni settanta, dev’essere indagato anche nel tentativo, implicito nelle politiche economiche di quel periodo, di mantenere il pieno impiego attraverso l’espansione del lavoro salariato. Invece di riconoscere che in quel determinato periodo storico si schiudeva la possibilità di fare un altro passo nella direzione dalla riduzione della giornata lavorativa, le forze politiche progressiste, comprese quelle che si ispiravano ai principi socialisti, fecero marcia indietro, optando per l’affermazione dei valori del mercato. A tal proposito, giova ricordare il monito di Enrico Berlinguer: «bisogna stringere la cinghia», cioè fare sacrifici. Il piagnisteo dei sacrifici affonda le sue radici negli anni Settanta, allorquando le forze conservatrici iniziano a persuadere anche i politici più illuminati sui tentativi utopici di vivere al di sopra delle proprie possibilità, prendendosi, in un certo senso, una rivincita e cominciando così a dettare l’agenda della politica.
Non appena si è aperta la crepa, i sostenitori dei principi liberisti hanno iniziato a convincerci che le cause di tutti i mali si annidavano nel soffocamento dell’iniziativa privata, ossia che l’organizzazione statuale assomigliava ad una macchina rudimentale che sprecava le risorse, di conseguenza tutta “la vecchia merda” venne di nuovo a galla.
È in questo quadro che si consuma la frattura tra due tipologie di movimenti sociali che sono espressioni delle rivolte del 1977: quella dei “garantiti”, lavoratori privilegiati perché hanno un posto fisso, e quella dei “non garantiti”, lavoratori temporanei, disoccupati, studenti - lavoratori.
Il protagonista del movimento del ‘77, non è più l’operaio massa del ‘68, ma è il giovane semioccupato, che non ha nessun motivo di sentire un particolare attaccamento al lavoro, perché il lavoro occasionale non consente nessuna garanzia.
A dire il vero, come si è già evidenziato, la disaffezione verso il lavoro ripetitivo ed alienante della fabbrica era anche una prerogativa dei protagonisti delle lotte dell’autunno caldo, ma in quel contesto prevaleva una logica di liberazione dal lavoro o un’idea di ripartizione tra tutti dei carichi di lavoro, grazie alla pur minima consapevolezza che c’erano le condizioni per ridurre l’orario di lavoro.

6. L’emergere della disoccupazione ha gettato scompiglio nelle organizzazioni dei lavoratori, ha creato una separazione profonda nella classe operaia, ha minato le basi della solidarietà su cui era stato fondato lo Stato sociale. Il singolo, nel perdere l’identità lavorativa associata alla cittadinanza, non si riconosce più nei valori di mutualismo reciproco, anzi vede solo la sua microscopica porzione di specchio.
Non s’intende idealizzare le relazioni sociali di quel determinato periodo storico, in quanto esso non è scevro di tensioni e contrasti, spesso insanabili, ma dare risalto a quelle forme di pensiero che restituiscono vigore al concetto che l’idea che ci siamo fatti del mondo in cui viviamo può essere cambiata, che non è eterna, che non è immutabile. E qualcosa del genere è successo, quando sono stati messi in discussione i principi dell’organizzazione dello Stato liberale, del culto del Laissez-faire, per affermare un’organizzazione sociale di ordine superiore alla precedente, ma con una serie di limiti al suo interno.
Ora, fiumi di parole sono stati scritti sul peggioramento delle condizioni di vita che si è verificato con il passaggio dal “Trentennio glorioso” al “Trentennio pietoso” (l’immiserimento è ancora in corso), ma la maggior parte delle analisi e le descrizioni hanno continuato a prediligere gli aspetti negativi del fenomeno della disoccupazione e quindi sono state improntate sulle difficoltà a creare lavoro salariato aggiuntivo.
Ma per quale motivo non viene alla luce l’aspetto positivo della disoccupazione?
Poiché la stragrande maggioranza non si pone l’interrogativo e quindi non può vedere questa realtà. Si è così presi dal lavoro che si svolge, in quanto ad esso è legata la riproduzione dei lavoratori dipendenti, che non appena sparisce la relazione ci si mette in moto per trovare un’altra sistemazione. Fin qui potrebbe sembrare un banale spostamento dell’equilibrio: se ci sono troppi autisti e pochi meccanici, allora può succedere che non tutti gli autisti siano in grado di trovare un’occupazione e siccome c’è bisogno di persone capaci di aggiustare gli autoveicoli, si procede ad orientare i primi a svolgere la professione dei secondi. Si dà il caso, invece, che sia i primi che i secondi siano molto efficienti nel loro lavoro e quindi l’equilibrio osmotico non è praticabile, per di più, nel frattempo, altri autisti diventano ridondanti, in quanto entrano in circolazione dei veicoli con il pilota automatico, con la complicazione che i loro datori di lavoro non hanno intenzione d’investire in altri settori e che anelano a far quadrare i conti, eliminando tutto ciò che non serve.
Da questo semplice esempio, è facile capire che i veicoli continuano a circolare, ma una parte dei lavoratori non riceverà più un reddito: l’efficienza e la tecnologia non sono due variabili neutre e i vantaggi ricadono su coloro che hanno effettuato l’investimento e migliorato il grado di organizzazione degli ambienti produttivi.
Il costo dell’investimento verrà ripagato con un profitto aggiuntivo, dato che si verificherà un taglio del personale. Quindi l’impresa che gestisce il trasporto di cose o persone, in questo modello esplicativo, si appropria delle nuove applicazioni tecnologiche mediante il denaro che spende e nel frattempo riduce il tempo di lavoro necessario per erogare un determinato servizio. Aumenta il capitale fisso e diminuisce il lavoro salariato di cui c’è bisogno, tra il capitale e il lavoro esiste una particolare relazione: all’aumentare del primo diminuisce il secondo e viceversa. Come non ci può essere un padre senza un figlio/a, o una madre senza un figlio/a, allo stesso modo non ci può essere capitale senza lavoro salariato, con la differenza che in quest’ultima relazione il primo tenderà ad eliminare il secondo o quanto meno ridurlo ai minimi termini. Detto altrimenti, il lavoro accumulato, oggettivato, il lavoro morto, traendo linfa dal lavoro vivo, lo rende insignificante, lo svalorizza, ossia viene compresso rispetto alla potenza intensiva del capitale.
Eppure, l’efficienza cresce. Per far circolare l’intero parco macchine a disposizione dell’azienda, c’è bisogno di un numero inferiore di autisti rispetto a prima, anche se dall’altro lato sarà necessaria l’assistenza per la gestione del software, che sarà fornita dalle innovazioni tecniche apportate nelle officine meccaniche.
Dunque, gli esclusi continuano a presentarsi come lavoratori salariati, ma non trovando un acquirente fanno di tutto per rientrare nel processo lavorativo, al punto che nelle situazioni più critiche si offrono gratuitamente, pur di aggrapparsi a quella relazione sociale che si è dissolta. Non percepiamo minimante che ci sono le condizioni per condividere il lavoro necessario, per socializzare i mezzi di produzione, ma continuiamo a reiterare all’infinito (per le difficoltà a trovare una sintesi a quello che Hegel chiama un cattivo infinto) la relazione che vincola lo svolgimento del lavoro necessario a quello superfluo: Niente è più necessario del superfluo! Direbbe O. Wilde. In realtà, non vi è l’intenzione di entrare nel merito di definire ciò che è necessario o superfluo, ma specificare che continua a prevalere la legge per cui il capitalista acquista il lavoro solo se ottiene un profitto e l’operaio cerca disperatamente un acquirente che gli dia un compito da svolgere. Salario e profitto sono due facce della stessa medaglia, il primo è condizione di esistenza del secondo, nell’ambito della produzione di merci i due termini si rincorrono a vicenda

7. Sebbene gli antagonisti di questa relazione abbiano il sentore che il lavoro non costituisca più l’unica fonte della ricchezza sociale e che quest’ultima dipenda in misura maggiore dallo sviluppo delle forze produttive, entrambi anelano a rinvigorire il vecchio rapporto sociale di produzione. Ma ancor di più, è il lavoro stesso ad essere reso superfluo, ridondante, in altri termini, all’abbondanza di capitale, derivante dall’accumulazione dei profitti, si contrappone la disoccupazione, con la conseguenza che il soverchio viene congelato o distrutto. L’abbondanza materiale si presenta come una chimera, una dannazione che richiama la miseria: si calcola che ogni italiano, in media, butti 145 Kg all’anno di cibo in discarica; milioni di litri di latte non scaduto finiscono nelle fogne. Ma ad essere moltiplicati non sono solo gli oggetti materiali che producono montagne di rifiuti, gli addetti alle vendite alias “i creativi del disordine”, anch’essi devono lavorare e in nome del lavoro s’infiltrano negli angoli più reconditi della vita delle persone, disseminando una serie interminabili di bisogni immateriali e di falsi bisogni, per cui diventa difficile districarsi tra ciò che costituisca una necessità reale per il nostro benessere e ciò che si presenti come una proiezione fantastica, in seguito all’azione speculativa. Nel momento che acquistiamo l’affetto di un’altra persona, il nostro bisogno è appagato? Credo proprio di no! Allora non è possibile espandere all’infinito i bisogni immateriali, non ci sono praterie sterminate di cui sognano gli operatori del marketing aziendale ed istituzionale.
In questo guazzabuglio, le azioni in direzione di un cambiamento implicano, in primo luogo, la trasformazione di se stessi in relazione al contesto dove si vive, il bisogno di cambiamento del paradigma sociale deve basarsi anche sulla motivazione intrinseca, non può essere solo imposto da una regola generale ed astratta espressa in una legge.
Quest’ultima costituisce una sintesi delle varie spinte individuali che si muovono con la consapevolezza che è possibile ridurre l’attività strumentale, ossia quell’attività mediante la quale il lavoratore dipendente utilizza il proprio corpo e la propria mente come mezzi per raggiungere un fine esterno, compiendo un atto di auto-estraniazione. Il non presentarsi come uno strumento vivente, pronto per l’uso, di cui s’impossessa un altro essere umano che si trova in una condizione favorevole, crea lo spazio per lo sviluppo dell’attività che trova ragione di esistere nel proprio percorso, nel suo dispiegarsi. Il “lavoro ritrovato” prende il posto del “lavoro perduto” e l’autorealizzazione dell’unicità del singolo individuo risponde ad una legge interna che trova conferma in quelle attività sociali che non sono coercitive. La soddisfazione che si prova nella lettura di un libro, sulla spinta di un desiderio interno, è completamente diversa da quella che si ottiene quando si legge lo stesso libro in quanto si lavora per una casa editrice. Il lavoro inteso come attività artistica o come ricerca scientifica volta alla realizzazione della propria idea che si ha del mondo libera l’individuo dal tempo uniforme e tedioso, dalla ripetizione smisurata di gesti, azioni e pensieri che caratterizzano lo svolgimento delle attività lavorative che riproducono la necessità sociale, la coazione a ripetere, la costrizione che si racchiude nella camicia di forza dell’identità culturale che si è ereditata. Pertanto, si tratta di scoprire, come dice F. Piperno, «quelle regole di vita che permettono l’autorealizzazione, che autorizzano a vivere come individui sociali; e tutto questo nel presente, né subito né nel futuro». (9)
Tutto ciò non significa che si aprono le danze per il dolce far niente agognato dagli scoppiati produttivi che abboccano ai messaggi dei venditori di vacanze da sogno nei paradisi turistici e non significa nemmeno che bisogna eliminare le vacanze, ma il passare un’intera vita all’insegna del solo divertimento e dello svago ci condannerebbe a rimanere in superficie nelle relazioni sociali con gli altri.
Al contrario, la realizzazione di una propria visione del mondo attraverso le varie forme di linguaggio come la musica, la poesia, la pittura, ecc., richiede, tempo, impegno, talento, tenacia e soprattutto la capacità di riconoscere ed applicare l’intelligenza di cui disponiamo per un’attività che non debba per forza essere venduta. (10)
In questo quadro non ha importanza quando tempo ci metto a comporre un brano musicale e ciò non toglie che possa trovare lo spazio, una volta terminato, per farlo ascoltare a chi è appassionato dallo stesso genere musicale, una tale attività non risponde al criterio di efficienza, ma potrebbe essere efficace nell’arricchimento dell’ambiente di apprendimento musicale.
Qualcuno avanzerà l’obiezione che siffatta attività possa essere trasformata in una relazione lavorativa a tutti gli effetti, come già accade a tutti coloro che riescono a trovare la giusta combinazione per ottenere il successo e a ritenersi fortunati per svolgere il lavoro che amano. Ma il mondo delle Stars è molto limitato, non c’è spazio per la proliferazione delle icone famose, quindi accanto agli “eletti” ci sarà un ampio movimento di persone che annaspano e a malapena sbarcano il lunario. Ad Hollywood tantissimi camerieri/e aspirano a fare gli attori o le attrici, pochissimi/e lo diventano.
Per queste motivazioni sarebbe opportuno rivolgersi ai “comuni mortali”, a quelli che stanno con i piedi per terra, a quelli che ancora vivono l’inferno del lavoro e il terrore della disoccupazione.
È qui che prende forma il bisogno di cambiamento che si fonda sulla conoscenza che la disoccupazione e il lavoro precario sono strettamente collegati all’enorme aumento della capacità produttiva, alle eccedenze di valore d’uso che non trovano una valorizzazione. Dunque, se si parte da questa consapevolezza, allora ci si può muovere nella direzione di godere dei frutti del capitale, riorganizzando il come, quando, quanto, perché e dove produrre.
Allora, in che modo ci si può opporre ai tagli dei rami aziendali, alle delocalizzazioni, che vengono effettuati in nome dell’efficienza aziendale, e che di fatto degradano ed impoveriscono il territorio dove vengono chiusi decine di siti produttivi?
Del resto, si verificherebbe la stessa situazione, se le fabbriche fossero quasi completamente automatizzate, come sta già avvenendo nel Guangdong cinese. E la soluzione non potrebbe essere affidata all’intervento statale che al massimo distribuisce finanziamenti alle aziende che entrano in crisi, senza rilevarne la proprietà. Insomma, sembra che ci troviamo di fronte ad un problema insolubile, nonostante abbiamo cercato di delineare gli aspetti positivi legati al fenomeno della disoccupazione, ossia la possibilità di godere di maggior tempo libero e di svolgere una serie di attività i cui prodotti non debbano per forza essere venduti sul mercato. Tutto ciò presuppone che si sia risolto, in qualche modo, il problema economico, ovvero il come partecipare allo svolgimento delle attività necessarie dalle quali dipenderà ancora la soddisfazione di una serie di bisogni fondamentali.
In queste ultime circostanze, le attività produttive non potranno prescindere dalla mediazione coercitiva del denaro, dalla fatica di guadagnarsi da vivere, dai conflitti interpersonali, in altri termini, la relazione capitale-lavoro salariato continuerà a sopravvivere, ma si dovrà piegare al “comune controllo”, dal momento in cui le scelte non possono più essere appannaggio di un ristretto numero di persone che decide le sorti di centinaia di lavoratori. Nell’attuale fase, in realtà, assistiamo, quasi inebetiti, alle scorribande di comitati d’affari che sbaraccano i loro siti produttivi da un paese trasferendoli in un all’altro, con l’intenzione di fare incetta di quattrini e di vantaggi fiscali messi a disposizione dai Governi di turno. Ma come si è accennato qui sopra, questa soluzione corrisponde ad una scorciatoia, incarna la fuga di un cavallo morto.
Allora, che fare? Chi dovrebbe decidere se tenere in vita le fabbriche che vengono chiuse, anche quando rispettano il criterio dell’equilibrio economico?
L’assemblea dei dipendenti, che rappresenta la maggioranza, dovrebbe essere in grado di rilevare il controllo della gestione, evitando che una scelta così importante sia espressione dei possessori delle quote azionarie di una determinata società, la quale agisce secondo disposizioni sovranazionali e in funzione di dinamiche di concentrazione della produzione in determinate aree, per via dell’aumento della capacità produttiva, da una parte, e della saturazione dei mercati, dall’altra.
Qui ci veniamo a trovare in una situazione là dove il passaggio chiave da cogliere è molto sottile: l’azienda madre cannibalizza una delle sue filiali, facendo terra bruciata in quell’area ed intensificando l’attività produttiva in una consociata con un livello di efficienza più elevato. La stessa impresa, riesce a soddisfare i bisogni dei consumatori, ridimensionando il capitale fisso e quello variabile, anche se si verificano lievi scostamenti nella quota di mercato che ha acquisito nel corso degli anni. Tuttavia, gli incrementi di produttività superano costantemente il tempo di vita utile degli oggetti che vengono prodotti, la generazione di nuovi articoli che hanno un valore d’uso supera di gran lunga la loro estinzione, sebbene tanti prodotti rientrino nella classificazione di usa e getta. Nel dar luogo a un flusso inarrestabile di beni, servizi e prestazioni di vario genere, i produttori diretti diventano sempre più immiseriti, quando trovano grosse difficoltà a collocarsi nel processo produttivo e a presentarsi ai loro acquirenti come lavoratori salariati.
Ma nel momento in cui si decida di agire nella direzione di assumere il controllo dell’impresa, sorgerebbero una serie di conflitti con l’ordinamento legislativo esistente, poiché l’attuale quadro normativo prevede solamente l’esproprio per pubblica utilità da parte della PA, dietro il pagamento di un congruo indennizzo. (11)
Nondimeno, per le ragioni che abbiamo cercato di delineare nella prima parte di questa breve ricerca, la PA non ha nessuna intenzione di rilevare la proprietà delle aziende che chiudono con operazioni di nazionalizzazione, anzi la tendenza prevalente continua ad essere quella della privatizzazione e dello smembramento delle società partecipate sia a livello statele che locale. Quindi la situazione diventa più complicata, se si pensa di intervenire con azioni di espropriazione senza l’avallo legale dello Stato. Potrebbero crearsi situazione simili a quelle delle occupazioni degli stabili vuoti e sfitti. A fronte di bisogni abitativi insoddisfatti, si occupano le case sfitte, si viola la proprietà privata che appartiene ad altri, lo Stato reagisce con gli sgomberi forzati. Ovviamente, il contesto delle fabbriche è ancora più complesso, poiché, oltre alla resistenza dei proprietari delle strutture, si dovrebbe fronteggiare la comunità internazionale che non vedrebbe di buon occhio l’azione espropriativa, vale dire l’appropriazione dei capannoni industriali funzionanti, senza l’esborso di denaro da parte dei lavoratori, anche per il fatto che questi ultimi, molto spesso, non dispongono di ingenti somme per effettuare un investimento di una determinata portata. Inoltre, s’intuisce che al probabile mancato guadagno derivante dalla cessione dei capannoni da parte delle imprese che chiudono i battenti, si aggiungerebbe il fatto che le stesse verrebbero private della possibilità di riutilizzare gli impianti e i macchinari in altri luoghi, qualora appartenessero a un gruppo multinazionale. Senza contare, infine, in quest’ultima circostanza, che l’azienda madre vedrebbe fallire il proprio piano di razionalizzazione delle risorse, nel momento in cui si venisse a trovare in un rapporto competitivo con il ramo aziendale che subisce l’espropriazione.
L’incapacità di affrontare gli ostacoli che si frappongono al bisogno di cambiamento non lascia la situazione invariata, ogni volta che si presenta il problema di risolvere una crisi aziendale, un senso d’impotenza pervade l’insieme delle persone direttamente ed indirettamente interessate, non si capisce per quale motivo si debba chiudere, se fino a quel momento gli affari hanno girato per il verso giusto. Improvvisamente il giusto diventa sbagliato, quel modo di procedere non funziona più e quindi gli addetti a un determinato luogo di produzione si trovano spiazzati: devono lottare per il loro riconoscimento come esseri umani ancor prima che come operai, la loro esistenza viene minacciata dalla disconferma come lavoratori salariati.
E siccome l’identità salariale è parte integrante della personalità complessiva di ogni individuo che si presenta come lavoratore dipendente, allora subentra il problema di come ridimensionare quel fardello che ci portiamo addosso e riconoscere che ci sono le condizioni per ripartire la fatica: dividere il lavoro socialmente necessario tra tutti e quindi anche con i disoccupati, i precari, gli esodati, gli scoraggiati, ecc.
Quindi, nel momento in cui si perviene alla valutazione che una determinata produzione di oggetti continua ad avere una rilevanza collettiva, poiché riesce a soddisfare bisogni mediante la mediazione del mercato, anche se emergono problemi di equilibrio economico, ossia che i ricavi siano minori dei costi, allora bisogna salvaguardare quel sito produttivo, conferendogli un significato sociale che prevalga su quello economico.
Naturalmente, emerge il problema di come affrontare lo squilibrio finanziario, cioè con quale denaro coprire le eventuali perdite.
Deve risultare evidente che il costo sociale derivante dalla soppressione di determinati valori d’uso è più elevato del costo dei finanziamenti concessi dagli investitori istituzionali, poiché quei beni devono essere importati dalle aree dove si concentra la produzione, con il risultato che i benefici degli aumenti di produttività non riguarderanno i disoccupati. Infatti, gli operai che produrranno gli articoli in Slovacchia, per esempio, adesso sono in grado di soddisfare la domanda del mercato italiano, con un lieve aumento del numero degli occupati. Ciò significa che la domanda complessiva degli articoli, con tutte le varianti per soddisfare le richieste dei consumatori, viene colmata in modo inversamente proporzionale al numero degli addetti. Ad un piccolo incremento del numero dei dipendenti in Slovacchia corrisponde un aumento più che proporzionale della quantità prodotta, con la conseguenza che gli operai italiani, se non trovano un’altra occupazione, sono costretti ad indebitarsi per vivere. Oppure ad indebitarsi per loro sarà lo Stato, elargendo una serie di prestazioni a sostegno del reddito.
Per l’appunto, se si rimane senza un lavoro da svolgere, si deve possedere il denaro per vivere, quindi, qualora gli operai slovacchi fossero disponibili ad assorbire la quantità di lavoro necessario a soddisfare la domanda di un determinato bene, accettando una forte intensificazione dei ritmi e degli orari lavorativi, dovrebbero convenire sul fatto che i lavoratori italiani che perdono il lavoro hanno bisogno dei soldi per comperare gli articoli prodotti in un altro contesto e che senza questa mediazione una parte di quella produzione non verrà alla luce. Purtroppo, coloro che vivono a pieno la condizione di lavoratori salariati non si rendono conto di queste storture, non riescono ad entrare in empatia con coloro che vivono un disagio, anzi, spesso, accentuano le azioni competitive, quando intuiscono che il lavoro sta diventando, a livello globale, una merce rara. Inoltre, le misure di sostegno al reddito sono temporanee proprio perché i rappresentanti istituzionali si illudono che i lavoratori esclusi verranno reimpiegati dai nuovi investimenti, grazie alla creazione di condizioni favorevoli per attrarre flussi di capitali in standby sul mercato internazionale. Nel concreto, però, si assiste ad un reale impoverimento del tessuto sociale, dovuto, in primo luogo, al minor livello di reddito che si percepisce con gli ammortizzatori sociali e alla loro temporaneità, alla diffusione, in secondo luogo, di lavoretti e di prestazioni eseguite in attività di intermediazioni, racchiuse in vere e proprie scatole cinesi, nonché al proliferare del mercato nero, e senza trascurare, infine, l’espansione a macchia d’olio della borghesia criminale che trova terreno fertile in un simile contesto.
Nel corso del tempo, quindi, la produzione degli operai slovacchi subirà una contrazione, dovuta, in parte, al peggioramento delle condizioni di lavoro in Italia. Mentre la produzione nel paese estero non subirebbe oscillazioni negative e nel nostro paese non si verificherebbero gli effetti nefasti descritti qui sopra, se ai lavoratori italiani venisse corrisposta un’indennità pluriennale pari al salario, ma per questa via, però, una parte della popolazione attiva, a livello europeo, godrebbe di una rendita di posizione.
8. Ora, è in questo snodo che bisogna intervenire, veicolando il messaggio che è meglio mantenere in vita quelle realtà produttive che soddisfano dei bisogni attraverso la mediazione del mercato, al patto che gli articoli prodotti non siano nocivi e non creino danni irreparabili, non solo nei propri confini nazionali, ma anche in altri contesti, come avviene con le mine antiuomo prodotte in Italia, piuttosto che limitarsi a concedere dei sussidi, con la convinzione che i lavoratori superflui saranno impiegati in nuove attività produttive. (12)
In quest’ottica subentra l’esigenza di aumentare il proprio grado di consapevolezza sul lavoro che si svolge e di cominciare a comprendere le caratteristiche del funzionamento della realtà produttiva nella quale si è immersi, quindi la decisione di continuare a produrre non sarebbe più in mano ai cosiddetti organi di governo dell’azienda e tutte le infondate pretese derivanti dai rapporti di produzione che si basano sulla proprietà privata dovrebbero sottostare alle priorità della proprietà comune.
Una tale strategia metterebbe in discussione il primato delle imprese capitalistiche nella gestione dei rapporti sociali di produzione e consentirebbe agli organi istituzionali di indirizzare le somme di denaro in modo oculato e ai fini del miglioramento del tenore di vita di una determinata collettività. In questo modo, il denaro, verrebbe sottratto ai fini dell’accumulazione e della tesaurizzazione e assumerebbe una veste sociale, nel senso che riconoscerebbe le qualità intrinseche dei lavoratori e l’utilità sociale dei loro prodotti. Infatti, se gli articoli prodotti trovano gli acquirenti significa che di essi c’è bisogno e quindi le fabbriche non vanno chiuse, anzi gli aiuti istituzionali servono a creare un’organizzazione più efficace e più efficiente di quella dell’impresa mercantile.
Ma questo passaggio può avvenire solo se si comprende che la bussola per orientarsi, in tutte le situazioni di crisi, dovrebbe essere quella della divisione del lavoro tra le persone direttamente ed indirettamente coinvolte. Una diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario creerebbe le condizioni per migliorare la motivazione interna dei soggetti che non dipendono più dai capricci dei datori di lavoro, ma che lottano per la propria autodeterminazione e per il riconoscimento sociale delle attività che svolgono. Insomma, per farla breve, le relazioni produttive più evolute metterebbero in crisi quelle “imbarbarite”. Se lo scopo dell’impresa mercantile, come recita l’economia aziendale, è il profitto, lo scopo di questa organizzazione sociale è il miglioramento delle condizioni di vita e di conseguenza anche dell’ambiente.
Rimane lo scoglio di come rilevare la proprietà dei mezzi di produzione (capannoni, impianti e macchinari) senza l’esborso di denaro, sia esso capitale di rischio che di debito, altrimenti si ripresenta il vecchio circolo vizioso: concentrazione delle quote sociali e interessi esosi (13) sui prestiti a medio e lungo termine.

9. Per dare un senso alla strategia che si propone per la risoluzione delle crisi aziendali, forse, è opportuno riprendere il discorso relativo al ragionamento espresso qui sopra a proposito dell’introduzione degli autoveicoli con guida automatica.
Emerge una domanda coerente con il tema che si sta cercando di sviluppare: chi ha contribuito alla progettazione, alla costruzione e all’applicazione dei dispositivi di guida automatica?
Non di certo l’azienda che ha comprato le macchine che possono circolare senza autista! Semmai, quest’ultima ha provveduto a diffondere l’innovazione, con il rischio che si è presa nell’effettuare l’investimento. In un tale contesto, un mondo sommerso inizia a diventare visibile, una miriade di variabili e connessioni s’intrecciano e si condizionano a vicenda e il semplice modello o ragionamento inizia a fluttuare e diventa molto complesso.
L’intelligenza artificiale è nata negli anni 70 del secolo scorso, quando i cosiddetti “sistemi esperti” iniziarono ad essere progettati nei laboratori d’informatica, per aiutare le persone a trovare una soluzione ottimale in un determinato contesto lavorativo, analizzando un’elevata mole di dati. Tra le prime applicazioni, per esempio, l’elaborazione di diagnosi mediche o la valutazione della riuscita o meno di una determinata attività finanziaria. Le prime forme di IA non sono ancora in grado di pensare e di essere coscienti, in seguito, come dice O’ Regan, si creano «macchine che pensano, percepiscono, imparano, utilizzano il linguaggio e possiedono una nozione di sé». (14)
Ma il merito di tutto ciò non può essere attribuito al singolo individuo o alla singola azienda, tant’è vero che nell’ambito della tecnologia si utilizza il termine “generazione”, per indicare un arco di tempo nel quale ad un modello ne subentra un altro, fermo restando che tale intervallo temporale diventa più corto. Ma il termine “generazione”, in questo contesto, assume, a mio avviso, un duplice significato.
a) Il primo si riferisce all’ordine con cui ad una macchina con determinate caratteristiche ne segue un’altra con un grado di sviluppo più elevato rispetto alla precedente; in generale, si parte da un modello base, fase in cui viene lanciato il primo esemplare di un certo tipo di macchina e successivamente vengono apportate una serie di modifiche che ne migliorano le prestazioni. Ma già qui, in quest’accezione, il produrre, il generare si basa sulle informazioni, conoscenze, sperimentazioni, competenze, applicazioni, capacità, ecc. che provengono dagli angoli più disparati del pianeta, per esempio: un ingegnere indiano che ha studiato in India e si trasferisce nella Silicon Valley.
b) Il secondo si collega al fatto che le innovazioni tecnologiche non sono solo espressione della generazione che le realizza, anzi esse si fondano su tutto il sapere che è stato prodotto dalle generazioni precedenti e che quindi un tale processo assume un carattere sociale a cui partecipa l’insieme delle forze produttive, per usare una categoria ampiamente sviluppata dalle ricerche di Marx
Il sapere si è propagato nel tempo e nello spazio, anche se non sempre il percorso è stato lineare, infatti a sostegno di questa tesi vale la pena ricordare gli aspetti salienti delle vicende e dei conflitti relativi al concetto di sfericità della terra.
Le intuizioni e le osservazioni dei filosofi greci trovano una conferma nei calcoli elaborati in epoca ellenistica da Eratostene che nel III secolo A.C. riesce a misurare la circonferenza del pianeta, seppure in modo approssimativo. Questa nuova conoscenza venne diffusa ed arricchita dagli studi che fece C. Tolomeo nella biblioteca di Alessandria, quando mise a punto la disciplina che aveva come oggetto la geografia matematica, con la quale individuò una serie di luoghi sulla superficie terrestre mediante la latitudine e la longitudine. Le mappe che disegnò Tolomeo erano relative alle informazioni che riuscì a raccogliere sui territori che erano stati esplorati nella sua epoca, ma la caratteristica principale del suo lavoro consisteva nel rappresentare le carte in forma sferica.
Con la fine della civiltà romana il concetto di sfericità della terra continuò a sopravvivere, non fu eliminato del tutto, ma subì un arresto, una regressione, poiché, nonostante il lavoro di salvaguardia dei monaci benedettini, molti trattati dell’antichità classica andarono persi, il termine geografia scomparve e cadde nell’oblio per un lungo periodo di tempo. In generale, al posto della cartografia scientifica ellenistica iniziarono a circolare delle rappresentazioni incomprensibili, senza né capo né coda, ma che si basavano, quasi esclusivamente, sulle verità assolute della religione cristiana. Se si osserva la Hereford mappa mundi, disegnata in Inghilterra all’epoca di Dante, è possibile notare che ritorna con un certo vigore la visione biblica della terra piatta. La geografia di Tolomeo rimase oscurata per un lungo periodo di tempo, venne tradotta in latino solo nel 1406, mentre la prima stampa venne effettuata nel 1477. Negli anni successivi, come ci rammenta, L. Russo, «Paolo dal Pozzo Toscanelli, sulla base dell’opera ritrovata di Tolomeo, disegnò un planisfero (oggi perduto) e concepì l’idea di raggiungere le Indie navigando verso ovest: idea che spiegò a Cristoforo Colombo in varie lettere». (15)
10. Il riferimento ai contrasti che hanno caratterizzato l’affermarsi, nel corso della storia, di una determinata conoscenza, ha la funzione di evidenziare, da un punto di vista metacognitivo, il come una corretta e valida teoria scientifica possa essere oscurata per un lungo periodo di tempo, prima che riaffiori di nuovo alla luce. (16)
Qualcosa del genere, anche se con tempi e modalità diversi, è accaduto e sta accadendo con l’acquisizione del sapere relativo alla diffusione e allo sviluppo delle innovazioni tecnologiche. In qualche modo, si è persa l’informazione essenziale che, con l’affermazione dello Stato sociale e la conseguente scolarizzazione di massa, il “General intellect” sia cresciuto in misura esponenziale rispetto al periodo storico in cui Marx ne ha esplicato il concetto.
Con lo sviluppo della grande industria, come scrive Marx, «le condizioni del processo vitale stesso della società sono passate sotto il controllo del General intellect, e rimodellate in conformità ad esso». (17)
Ciò significa che il sapere sociale generale, ossia l’insieme delle scoperte scientifiche, delle relative applicazioni tecnologiche e delle nuove forme organizzative, si è condensato nelle macchine, nella produzione automatizzata e viene assorbito dal capitale fisso, è diventato capitale fisso di cui si appropria il capitalista.
E si apprende che «la creazione della ricchezza reale viene a dipendere meno dal tempo di lavoro e dalla quantità del lavoro impiegato che dalla potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro, e che a sua volta - questa loro powerful effectiveness - non è minimamente in rapporto al tempo di lavoro immediato che costa la loro produzione, ma dipende invece dallo stato generale della scienza e dal progresso della tecnologia, o dall'applicazione di questa scienza alla produzione». (18)
D’altronde come si è appena evidenziato, la classe dei capitalisti si è appropriata delle innovazioni tecnologiche, che sono il risultato di un processo storico, e le ha usate per rendere superfluo il lavoro vivo, con la conseguenza che i lavoratori dipendenti hanno vissuto le fluttuazioni derivanti dalle crisi cicliche, che hanno caratterizzato il modo di produzione capitalistico, in primo luogo in Inghilterra, durante il XIX secolo.
In generale, l’introduzione di nuove macchine nel processo produttivo determinava una riduzione della quantità di lavoro necessario, poiché si poteva ottenere la stessa quantità prodotta in precedenza, per esempio, con la metà delle ore di lavoro, pertanto se le imprese non effettuavano nuovi investimenti, una parte della popolazione attiva rimaneva disoccupata. Le crisi congiunturali si verificavano per via del fatto che su scala allargata la produzione complessiva del sistema tendeva ad aumentare, mentre i consumi crescevano in modo meno che proporzionale, ma le forze del mercato riuscivano a trovare l’equilibrio, in virtù del movimento a spirale del capitale fisso e dall’espansione dei mercati di sbocco per le merci prodotte. Quest’ultimo processo subì un’accelerazione nel periodo successivo alla prima guerra mondiale.
Ma nel corso degli anni 30 del secolo scorso, il sistema economico capitalistico si è bloccato a livello strutturale, nel senso che le imprese mercantili smisero di effettuare nuovi investimenti e quindi non furono più in grado di impiegare i lavoratori che avevano reso ridondanti con l’introduzione di tecnologie labour-saving e nella gran maggioranza dei casi contrassero la produzione esistente, poiché i loro magazzini erano pieni di scorte. A complicare la situazione, com’è ben noto, intervennero i Governi nazionali con forti aumenti dei dazi doganali che ridussero notevolmente il commercio mondiale. Insomma, ci si venne a trovare in una situazione paradossale là dove ad un forte aumento della ricchezza prodotta corrispondeva la miseria generalizzata e tutto ciò accadeva nei paesi economicamente più prosperi in quel determinato periodo.
Gli esiti tragici di questa grande crisi di sovrapproduzione sono stati scritti e riscritti in numerosi registri linguistici, le vicende e gli intrecci di vita che hanno caratterizzato questo periodo storico sono diventati argomenti di pubblico dominio, ma nella stragrande maggioranza dei casi sono privi di senso critico, il che implica che si siano perse le informazioni rilevanti che hanno dato origine alle motivazioni profonde per cui si è imposto il paradigma dello Stato sociale all’indomani della seconda guerra mondiale.
Una di queste informazioni, che si è dileguata, che è stata trafugata con l’affermarsi del vecchio credo liberista, è che senza l’intervento dello Stato nell’economia, non si sarebbe verificato un aumento della ricchezza sociale complessiva; ai nostri giorni potrebbe sembrare una verità scomoda, ma è solo grazie all’intervento pubblico che si è usciti dalla morsa della crisi degli anni 30, creando le condizioni per soddisfare i bisogni di ordine superiore della classe sociale, che fino a quel momento, ha vissuto di stenti, di sacrifici e privazioni materiali. (19)
L’innalzamento del tenore di vita dei proletari ha ridato fiato alle attività economiche dei borghesi, dei piccoli borghesi e degli artigiani, i quali hanno assistito alla fioritura dei loro business e quindi hanno ottenuto un vantaggio dal circolo virtuoso che si è innescato con l’intervento pubblico nell’economia. Le imprese private non avrebbero mai investito i loro soldi nella costruzione di scuole ed ospedali, se non avessero intravisto la possibilità di trattare l’istruzione e la salute come merci da cui ricavarne un profitto, tant’è vero che l’ammasso dei capitali monetari, nei paesi economicamente più sviluppati nel preludio della crisi del 29, è finito nel canale della speculazione finanziaria, con tutti gli effetti nefasti arcinoti.
In altri termini, si è affermato il principio che ha messo in discussione il modo di pensare prevalente fino alla fine della seconda guerra mondiale, ossia che il fine del denaro non doveva essere quello di generare esclusivamente profitti, che se non venivano reinvestiti rimanevano nelle tasche dei capitalisti, ma poteva essere utilizzato per rimettere in moto l’economia, combinando le risorse materiali e umane che rimanevano fuori dal circuito della produzione. Pertanto, nel momento in cui la PA si rendeva conto che il bisogno d’istruirsi diventava pressante e strategico per la crescita culturale, economico e sociale di un determinato paese e prendeva atto, inoltre, che c’era tanto materiale edile inutilizzato e molte persone che facevano la fila all’ufficio di collocamento, allora si sostituiva alle imprese private e sosteneva quella spesa per la costruzione di scuole, mettendo così in circolo la ricchezza sociale che altrimenti finiva per essere sprecata, se si rimaneva ancorati al precedente modo di procedere.
La seconda informazione di cui abbiamo perso le tracce, a mio avviso, è relativa alla conoscenza che il “miracolo economico” di cui spesso si sente parlare non è la diretta conseguenza del modo di produzione capitalistico, che ha dominato il mercato mondiale fino al crollo di Wall Street, quest’ultimo modo di produrre è stato profondamente riformato dalle politiche keynesiane che lo hanno relegato in una posizione di secondo ordine rispetto alla riproduzione complessiva della società. Quel “miracolo” si è potuto concretizzare grazie alle pratiche sociali che hanno consentito di godere dei frutti del capitale, i quali non erano più strettamente finalizzati solo all’accumulazione, ma entravano nel circuito produttivo attraverso la spesa pubblica.
Questo processo ha innescato un innalzamento del livello del reddito, soprattutto nei paesi dell’area OCSE, che non si è mai visto prima nel corso della storia dell’umanità, non si è usciti solo dall’indigenza generalizzata, non si è sconfitta solo la paura della fame, ma si sono create le basi per migliorare il benessere sociale dei soggetti appartenenti ad una determinata collettività, rendendo concreti, per esempio, i principi previsti dall’art 38 della Costituzione italiana. Le imprese private hanno continuato ad espandersi, utilizzando la manodopera formata ed istruita dalle scuole pubbliche e traendo linfa tecnica, non solo dagli investimenti interni in ricerca e sviluppo, ma soprattutto dai centri di ricerca pubblici. Insomma, il settore pubblico, oltre che a funzionare come volano per la crescita complessiva dell’economia, ha costituito la spinta propulsiva per il settore privato, determinando un notevole aumento della produttività sociale generale che, come si è accennato in precedenza, ha superato le aspettative degli stessi fautori dello Stato sociale.
11. Le conseguenze di questo processo storico sfuggono alla comprensione del senso comune dominante, mentre i tentativi di creare un linguaggio comune sulla crisi che ha investito lo Stato sociale si disperdono in mille rivoli, pertanto ci veniamo a trovare un una situazione dove qualsiasi iniziativa si scontra contro il muro del There is no alternative.
Ed è proprio su questo conflitto, secondo il mio punto di vista, che bisogna ricercare uno spiraglio di luce nell’ombra che ci avvolge, un sentiero tortuoso nell’ammasso delle informazioni che ci sovrastano e ci fanno perdere il significato profondo della vita sociale.
Allora, occorre riconoscere un passaggio chiave nella crisi dello Stato sociale, che si è delineata nel corso degli anni Settanta del secolo scorso, vale a dire che con l’affermarsi di questo nuovo paradigma organizzativo sono state create le basi per elevare il livello di cooperazione tra li individui, sia nell’ambito della produzione di beni e servizi che non si presentavano come merci, sia nel contesto in cui assumevano la veste di prodotti e servizi destinati allo scambio mercantile, per il quali veniva corrisposto un esborso monetario.
Nella costruzione di una casa popolare, destinata ad una famiglia indigente che abitava in una baracca, e nella costruzione di una casa destinata alla vendita sul mercato, si utilizzava lo stesso grado di cooperazione e si applicavano le stesse innovazioni tecnologiche, ma con la grande differenza che una parte della produzione in corso ripianava le disparità sociali.
In un simile contesto, il denaro speso dalla PA, a differenza delle uscite monetarie poste in essere dalle imprese private, si presenta come denaro universale che media sin dal principio la produzione generale, esso rappresenta il medium per risolvere un problema comune, pertanto pone un argine all’accumulazione indiscriminata e fine a se stessa e quindi sinonimo di impoverimento sociale.
Ha preso piede il principio che c’erano le risorse materiali per appagare quei bisogni che venivano rivendicati mediante i diritti sociali e che questi ultimi non avrebbero potuto essere soddisfatti, se si fosse continuato a rimanere aggrappati all’ideologia liberista.
La messa in discussione dei vecchi dogmi dell’economia mercantile trova una conferma nell’aumento della ricchezza sociale complessiva, collegata allo straordinario sviluppo delle forze produttive.
Del resto, è difficile contestare il miglioramento delle condizioni di vita, quando si passa a vivere da una baracca ad una casa popolare, com’è avvenuto in molte città italiane, ma è incontestabile, altresì, il fatto che per soddisfare il diritto ad abitare si siano messi all’opera i disoccupati.
Questo binomio produttivo, che ha rappresentato una svolta rispetto alla chiusura mentale del pensiero borghese, continua ad essere ignorato dai movimenti politici e culturali attuali; è come se si fosse persa la capacità di acquisire la conoscenza storica di quel cambiamento che si è imposto, ed è stato accolto, in quel determinato periodo, ma ancor di più, molti di coloro che hanno vissuto quell’esperienza non riescono a narrarla o darle il giusto valore.
Si vive una sorta di analfabetismo sociale che si fonda sull’annullamento di ogni pensiero critico e sul non riconoscimento che si apprende quando non si reagisce passivamente alla cooperazione derivante dalla divisione sociale del lavoro.
Tutto ciò implica che siano esplicitati due aspetti essenziali, e correlati tra di loro, delle dinamiche sociali che hanno caratterizzato la prima metà degli anni settanta del secolo scorso.
Il raggiungimento della piena occupazione, in seguito all’economia del benessere, che si è affermata nei paesi OCSE, ha rafforzato il potere del movimento operaio nelle fabbriche sociali, nel senso che la classe dei capitalisti si è venuta a trovare sotto il fuoco incrociato delle lotte e rivendicazioni concrete degli operai, da un lato, e dalla legislazione favorevole alle classi meno abbienti, dall’altro.
L’egemonia sociale dei proletari venne intaccata, allorquando la PA non fu più in grado di trovare un’occupazione a coloro che venivano espulsi dal processo di ristrutturazione che investì le grandi fabbriche, in seguito alle reazioni delle forze imprenditoriali che smembrarono il modello organizzativo fordista, là dove si era affermato l’operaio-massa, con le sue lotte e il controllo dei luoghi di produzione.
Le risposte dei capitalisti al ciclo di lotte degli anni 60 e 70 del secolo scorso furono di delocalizzare la produzione in realtà produttive facilmente controllabili, in modo da contrastare le principali forme di aggregazione operaie che caratterizzavano le grandi fabbriche, di introdurre la flessibilità temporale nella gestione dei rapporti lavorativi, di automatizzare gli impianti e i macchinari e di informatizzare il lavoro.
In questo periodo si delineò – come dice D Harvey – la transizione dal “paradigma fordista a quello dell’accumulazione flessibile”. (20)
Sul versante delle politiche sociali, invece, emerse il problema del come far fronte alla tendenziale caduta del moltiplicatore della spesa pubblica, una volta che il reddito complessivo iniziò a crescere più lentamente rispetto alle risorse investite, poiché diminuivano, a sua volta, la quantità di bisogni da soddisfare. Le soluzioni messe in campo furono l’inasprimento delle imposte, soprattutto, com’è noto, a carico dei lavoratori dipendenti e dei pensionati, e il ricorso al finanziamento del Deficit pubblico, mediante l’indebitamento.
Tuttavia, finché non si consumò il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia, nel 1981, la situazione monetaria rimase sotto controllo, nel senso che lo Stato, nell’emettere dei titoli di debito, s’indebitava formalmente con se stesso e parimenti annullava quel debito, obbligando la Banca d’Italia ad acquistare quei titoli mediante la creazione di denaro e mettendo in circolo la ricchezza sociale complessivamente prodotta. Nella sostanza, con questa formula, lo Stato teneva sotto controllo la politica monetaria, trasformando in un dono l’annullamento del debito connesso alla spesa pubblica, per la quale scaturiva un arricchimento di tutta la collettività.
Con la soppressione di quest’accordo, lo Stato, sotto la pressione della deregulation delle politiche economiche internazionali, dovette ricorrere all’indebitamento privato per finanziare il disavanzo pubblico, con la conseguenza che dal 1981 al 1994, il debito pubblico, per effetto degli alti tassi d’interesse, passò dal 58 % del Pil al 121 % del Pil.
Nel contempo, la ristrutturazione del settore privato fu gravida di conseguenze, poiché mise al servizio del processo di valorizzazione le nuove scoperte scientifiche, i linguaggi delle macchine a controllo numerico, le energie intellettuali formate dalle università, ecc.
Ponendo i lavoratori, come scrive A. Negri, “nella condizione di creare cooperazione e quindi produttività, da un lato, e dall’altro soffrire, in misura sempre maggiore, l’estrazione da parte del capitale del valore prodotto”. (21)
Quindi, la produttività generale del lavoro e la crescente intensificazione della cooperazione dei lavoratori finirono sotto le grinfie del capitale e tutti i vantaggi di cui avevano goduto i proletari, paso dopo passo, si riversarono nella rendita finanziaria. In ultimo, tale processo, nel corso degli anni, si è consolidato a tal punto che gli esiti sembrano naturali, per cui diventa difficile cogliere le contraddizioni, tant’è vero che, a tutt’oggi, il senso comune dominante non si rende conto che i profitti realizzati dalle grandi aziende non vengono reinvestiti e si trasformano in denaro che viene utilizzato per tenere a guinzaglio l’intera società.
Siamo partiti dal tempo di lavoro e siamo approdati al denaro, quel denaro che è ri-diventato, in primo luogo, il simbolo, e poi l’unica misura della produttività sociale generale, but It is a matter to be discussed in the next episode.
Mentre, in quest’articolo, partendo dal libro di Fana, si è cercato di esplicitare il concetto che in questa fase, soprattutto per la crescita della ricchezza socialmente prodotta, connessa con l’affermazione dello Stato sociale (22), da un lato, e gli aumenti di produttività che si sono verificati, grazie all’applicazione delle nuove tecnologie e delle nuove forme organizzative, in seguito alla ristrutturazione dell’intero sistema economico, dall’altro, il pensiero di Marx sembra essere ancor più pregnante rispetto a quando, a suo tempo, scrive che: <<il furto del tempo di lavoro altrui, su cui poggia la ricchezza odierna, si presenta miserabile rispetto a questa nuova base che si è sviluppata nel frattempo e che è stata creata dalla grande industria stessa>>. (23)
Per evitare fraintendimenti, forse è meglio precisare, però, che è vero che la tendenza degli imprenditori è quella di aumentare lo sfruttamento, vale a dire: più ore di lavoro e meno salario. Ma tutto ciò è anacronistico, nel senso che l’estrazione di valore per quest’ultima via non è equiparabile con il valore che viene estratto mediante l’innalzamento del livello di cooperazione tra i lavoratori e gli aumenti di capitale fisso, di cui si appropriano gli imprenditori privati.

(1) FANA SIMONE, Tempo rubato. Sulle tracce di una rivoluzione possibile tra vita, lavoro e società, Edizioni Kindle.
(2) La storia della riduzione degli orari di lavoro - Zic.it
(3) Tempi di lavoro e flessibilità: quali prospettive per l’azione sindacale Milano, 8 Giugno 2000
(4) RIFKIN JEREMY, La fine del lavoro, Mondadori, Milano 2004, pag. 57.
(5) JOHN MAYNARD KEYNES, Teoria generale dell'occupazione, dell’interesse e della moneta, UTET, Novara 2013.
(6) Compendio ufficiale della relazione di Sir W. Beveridge al Governo britannico, Stamperia Reale Londra 1943.
(7) FANA SIMONE, op. cit.
(8) Ivi.
(9) PIPERNO FRANCO, Lavoro e tempo di lavoro in Marx, 03/01/2012, UniNomade.
(10) Lo stesso discorso potrebbe valere per le attività ritenute, per certi versi, meno nobili come decorare il proprio giardino o coltivare un orto, ecc.)
(11) Nello specifico, in Italia, già a partire dal 1985 è entrata in vigore la legge Marcora che aveva come obiettivo la costituzione di cooperative da parte degli operai licenziati, i quali potevano acquisire la proprietà delle aziende sull’orlo del fallimento mediante la loro indennità di mobilità e l’utilizzo di fondi speciali messi a disposizione da investitori istituzionalizzati come il Cfi o da fondi mutualistici come Coopfond e Generalfond. Ma per avere un’idea dell’irrilevanza di un tale provvedimento si noti che in “30 anni sono state salvate 370 aziende, mentre dal 2009 al 2016 sono fallite circa 100.000 imprese”. S. Scaramuzza, Business insider Italia, 30/05/2018).
. (12) La stessa Green economy, che viene sbandierata come motore per uscire dalla crisi, si basa su criteri che mirano a migliorare l’efficienza complessiva del sistema, utilizzando le risorse in modo razionale e introducendo eco-innovazioni che nella pratica riducono il fabbisogno di manodopera.
(13) Per questioni di spazio, il tema del debito e degli interessi esula dalle finalità di quest’articolo.
(14) O’REGAN J. KEVIN, Perché i colori non suonano. Una nuova teoria della coscienza.
Raffaello Cortina Editore, Milano, 2012, Pag. 110.
(15) Russo LUCIO, Flussi e riflussi. Indagine sull’origine di una teoria scientifica, Feltrinelli Editore, 2003.
(16) Ancore oggi, naturalmente, esistono degli individui che organizzano conferenze, sostenendo, con argomentazioni molto sofisticate, che la terra sia piatta, ma simili pensieri sono trattati alla stregua di eccentriche stravaganze che sfiorano l’insignificanza.
(17) MARX KARL, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, La Nuova Italia 1968-70, II vol. p.389-411)
(18) MARX KARL, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, La Nuova Italia 1968-70, II vol. p.389-411)
(19) La generazione attuale che continua ad essere irretita fino alla nausea, con tutte le assistenze e i progetti educativi disegnati su misura, ignora completamente il contesto di apprendimento dei loro nonni. Moltissimi di loro non hanno compreso che la possibilità di andare a scuola, nel periodo compreso tra le due guerre mondiali, era un privilegio di pochi eletti. Infatti, tantissime persone di quella generazione furono costrette ad interrompere il percorso scolastico ancor prima di aver terminato la quinta elementare, poiché dovevano lottare contro la fame e quindi venivano avviate al lavoro prematuramente, in tenera età.
(20) HARVEY DAVID, La crisi della modernità, Il Saggiatore, Milano 1993, pag. 157.
(21) NEGRI ANTONIO, General Intellect e Individuo Sociale nei Grundrisse marxiani, 29/04/2019, www.euronomade.info)
(22) Nonostante gli stravolgimenti che hanno interessato le politiche sociali, a partire dalla fine degli anni 70 del secolo scorso, l’ammontare della spesa pubblica in Italia, nel 2019, è stata pari al 45, 6 % del Pil. Quindi, è facile intuire che, senza prendere in considerazione tutte le variabili implicate, se non intervenisse questa spesa, si verificherebbe una caduta del reddito nazionale, in misura più che proporzionale, con conseguenze catastrofiche.
Il che significa che se non intervenisse questa spesa, l’intero reddito nazionale subirebbe
(23) MARX KARL, Lineamenti fondamentali della critica dell'economia politica, La Nuova Italia 1968-70, II vol. p.389-411)
Eugenio Donnici

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sarò breve e conciso (:

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